
di W.Shakespeare
Regia > Elena Marino
Collaborazione alla regia > Silvia Furlan e Mara Pieri
Scene > Gabriella Gasperini
Con > Ilaria Andaloro, Giovanni Iacovoni, Giorgio Maggi, Enzo Odorizzi, Beatrice Pellegrini, Mara Pieri,
Alberto Pisetta, Martina Scienza e Filippo Tomasi
Spettacolo vincitore del Premio Gemini d’Oro Miglior Spettacolo al RomaTeatro Festival 2006, nonché del Premio Miglior Attore a Filippo Tomasi.
Lo spettacolo >
La zona nella quale ci si addentra con Amleto è buia ed estrema. Voci inquiete di sentinelle nel momento che precede il sorgere del sole lanciano richiami nell’oscurità. Preparativi di guerra, non è neppure chiaro quale guerra, e perché. Ombre trascorrono in armi i confini della notte, evaporate dall’inferno, e rigurgiti di coscienza animano le occhiate furenti e pavide di re assassini ma abili statisti. Sussurri e veleni che inquinano l’anima, uccidono il corpo. Parole politiche che girano a vuoto sulla grande macina del mondo, celebrando solo lo scempio d’ogni nobile emozione, l’escoriazione infinita dell’anima.
Lo sfondo è la guerra.
Lo sfondo è il mondo politico, così come vedeva Brecht nella sua interpretazione dell’Amleto.
Una guerra primitiva e burocratica, portata avanti da sempre per nessun motivo per cui valga veramente la pena di combattere e morire. Solo per gli interessi eternamente e abilmente dissimulati di una classe politica che corrompe il piccolo regno di Danimarca, e con esso il mondo intero.
Il marcio si nasconde dietro le apparenze levigate di normalità del regno danese, ed è il marcio del potere. È il marcio della volgarità nauseabonda del potere e del conformismo borghese che ne deriva. Il teatro nel teatro è lo specchio sbattuto in faccia alla prostituzione quotidiana dell’ipocrisia, del gioco sociale. La recitazione per mestiere è il sacro memento che ammonisce la recitazione dissimulata e diabolica del mondo.
Corruzione, putrefazione, piaga che aperta rivela il formicolare di vermi: è questa la visione – la diffusa sostanza delle persone e dei rapporti intrecciati in questa società – che altera per sempre e senza possibilità di scampo l’equilibrio di Amleto, la sua possibilità di amare, la sua possibilità di vivere.
Amleto non è un indeciso: Amleto è un veggente tormentato dalla chiarezza tagliente delle sue visioni. Il sole genera vermi e corrompe, la luce trascina nella follia. La notte non protegge, non restituisce sogni evanescenti e riposanti, ma solo timbri inconfondibili di voci d’incubo e odore disgustoso di purezza violata.
Amleto non può più amare, perché troppo ama per sottostare alle convenienze e alle organizzate ipocrisie che lo circondano: l’amore si tramuta in odio di fronte alla tragica passività di Ofelia, alla ragionevole sensualità della madre Gertrude.
L’oggetto d’amore va sventrato come un pupazzo prima che possa ferire a morte con la sua mancanza di coraggio nella purezza, con la sua colpevole assenza di ribellione di fronte alla volgarità organizzata del vivere comune e politico. E come la purezza dell’oggetto d’amore, così pure la propria purezza va dissacrata, violentata, adeguandosi infine alla violenza che da tutto il teatrino sociale ci viene richiesta.
Amleto alla fine si adegua: è il suo modo per procedere all’estrema ribellione. Da bravo e nobile attore, si piega a recitare per intero la parte che gli è stata affidata, a eseguire la vendetta convincendosi che ne vale la pena, che il sapore di sangue in bocca disseta la sua anima di bestia sociale, ricongiungerlo con la truppa bifolca dei suoi simili in terra di Danimarca.
Amleto alla fine ce la fa ad agire: si vendica e si lascia stritolare consapevole dal meccanismo infernale che ritorce ogni azione contro colui che la compie. Muore da valoroso figlio di soldato, come tutti volevano, come era giusto fare.
Salvo poi ricordarsi, e ricordare al suo pubblico, tracciando un sigillo tra le fiamme delle ultime parole, l’intima verità di ogni racconto d’uomo: si possono narrare i fatti nudi e crudi, questo possiamo fare d’ogni vita; ma su tutto il resto, su tutto quello che non è stato stucchevole gioco sociale, cala il silenzio a proteggere l’anima dall’ultima, estrema violazione.
“Il resto è silenzio”.
La scena è vuota, animata e percorsa da corpi che si espongono a ritmi meccanici, a visioni violatrici. Gli oggetti assumono l’importanza di piccoli mondi che trasformandosi fanno slittare le metafore lungo traiettorie multiple, rivelano il doppio fondo di ogni dettaglio dell’esistente.
Il testo originale viene segmentato, talvolta estraniato, in parte traslitterato in linguaggio a noi vicino. Ma viene rispettato per quello che è: un paesaggio accurato, un meccanismo perfetto.
Agli attori viene chiesto di lavorare sulle proprie fragilità, sui propri limiti. Viene chiesto di recitare all’interno della recitazione, nello schema del teatro nel teatro, e insieme di svelarsi, di sciogliere le frasi d’altri tempi in modi e ritmi quotidiani, intimi.
I corpi creano spazi, disegni d’energia, evidenziano i sottotesti che divergenti sostanziano i due mondi paralleli.
Attorno ad Amleto, talvolta intorno a Ofelia e a Gertrude, gli altri diventano meccanismi automatici di doppiezza priva di anima. La mancanza d’anima è il vero male. Il meccanismo della marionetta attoriale può rivelare allora la diabolica orologeria che tutto soffoca.
La danza a carillon della politica e della meschinità borghese carica all’infinito il volteggiare meccanico dei corpi nel tempo.
